La piattaforma italiana 2ndAct, che consente ai brand di integrare il proprio second-hand nel loro stesso catalogo, ha analizzato l’impatto della strategia di gestire in maniera diretta il proprio usato per il marchio di sneaker Moaconcept.
I risultati ottenuti ribaltano il timore secolare dell’industria fashion, secondo cui rivendere l’usato eroderebbe le vendite del nuovo. Al contrario, l’integrazione del mercato secondario ha generato un incremento del 32,2% del fatturato totale in soli 30 giorni, dimostrando un effetto positivo sia sulla vendita dei capi nuovi che su quella dell’usato. Nello specifico, sul fronte del mercato primario, il fatturato è cresciuto del 16%, il tasso di conversione del 12% e lo scontrino medio del 4%. Questi dati confermano che il canale secondario non sottrae valore al primario, ma agisce come un amplificatore. Nello stesso periodo, l’usato gestito in white label da 2ndAct ha generato il 14% del fatturato complessivo del brand, registrando un tasso di conversione superiore del 75% rispetto a quello dei prodotti a prezzo pieno.
Oltre il profitto, la gestione diretta del second hand rappresenta una risposta concreta all’emergenza ambientale del settore. Capi che un tempo venivano considerati “scarti”, come i resi dell’e-commerce, i prodotti utilizzati per i campionari o quelli provenienti dalle vetrine e dalle sfilate, trovano oggi una seconda vita. Inoltre, il passaggio a un sistema gestito direttamente dal brand riduce drasticamente il problema delle contraffazioni e delle truffe, spesso diffuse sulle piattaforme di scambio tra privati. È il brand stesso a farsi garante del proprio prodotto, eliminando le zone d’ombra tipiche della rivendita non presidiata e offrendo al consumatore un'esperienza d'acquisto sicura e trasparente.
“L’usato è una delle rare leve che la moda può attivare oggi mettendo insieme sostenibilità e crescita economica – spiega Enrico Pietrelli, co-founder e ceo di 2ndAct – i numeri che abbiamo misurato lo dimostrano, perché quando un marchio assume la regia del proprio mercato secondario non perde valore, ne crea uno nuovo che entra direttamente nel conto economico. Non è solo una scelta etica, ma una necessità competitiva: per la moda italiana, integrare il secondario rappresenta una delle poche occasioni di crescita davvero attivabili nel breve periodo per rispondere a un consumatore che è già cambiato”.